Giorgetto Giugiaro ritrae il maestro Giacosa, soggetto del murales di Bosia dell’Ancalau.

Incontri che cambiano la vita, come quello tra Giorgetto Giugiaro e Dante Giacosa. Sabato 14 giugno il designer garessino sarà a Bosia per l’inaugurazione del murales dedicato al suo “maestro”, realizzato da Silver Veglia, in occasione del Premio Ancalau, organizzato in stretta collaborazione con Fontanafredda e Banca d’Alba, con il sostegno della Fondazione Crc e la media-partnership de La Stampa e della Rivista IDEA. A questi autorevoli sponsor/partner si unisce dal 2025 il prestigio di Reale Mutua Assicurazioni.

Partiamo con “la” domanda: che vita sarebbe stata la sua senza l’incontro “casuale e fortuito” con Dante Giacosa?
«Me lo sono chiesto più volte… Il mio sogno da ragazzino era quello di proseguire il mestiere di famiglia, sono figlio e nipote di “artisti” – musicisti e pittori, affrescatori di palazzi nobiliari e di chiese. La pittura mi ha sempre affascinato, poi per volere di mio padre ho affiancato agli studi artistici quelli tecnici che mi hanno permesso di diventare stilista e progettista di auto. Ma è grazie a quell’incontro fortuito, come dice lei, con l’ingegner Giacosa, che era il nipote del mio maestro di pittura, Eugenio Colmo – in arte Golia – che sono entrato in Fiat. E da lì in poi per una semplice scelta di opportunità ho abbandonato il mio sogno. Rimango curioso di sapere se sarei diventato un vero artista in grado di distinguermi e magari emergere».

Se dovesse descrivere in una frase il suo “maestro”, lo rappresenterebbe come uomo o come professionista?
«Sicuramente un uomo straordinario e un professionista eccezionale. Lo ritengo il testimone più illustre della progettualità veicolistica italiana, un maitre à penser senza eguali».

Fu assunto in Fiat nel ‘55 all’Ufficio Studi Stilistici Vetture Speciali ma si occupava anche di altri settori. Un compito decisamente “eclettico”.
«Ha ragione, allora ci occupavamo di creare la linea non solo di auto, ma di treni, aerei, frigoriferi e io perseguivo nella raffigurazione una tecnica che si discostava da quella da sempre in uso a Mirafiori: non era realistica o iperrealistica ma più emotiva perché ero affascinato dalle illustrazioni “all’americana”. Questa mia capacità illustrativa, controcorrente, mi diede la possibilità di farmi notare e distinguermi dagli altri colleghi e così fui subito notato. Per questa mia competenza unita a una tecnica molto veloce mi “passarono” all’auto».

Pensando all’attuale situazione del comparto automotive, non solo italiano ma europeo, come si può recuperare l’effervescenza di quegli Anni?
«Difficile, è tutto cambiato. La società, l’oggetto stesso si è evoluto in qualcosa di molto distante da quegli anni. Pensiamo al contesto del dopoguerra, il boom economico, la voglia di libertà, di movimento e indipendenza… oggi l’auto è sempre più una commodity che non ha più nulla a che vedere con un passato che non potrà tornare. Escludendo le nicchie come le auto edonistiche e sportive la scelta scellerata di imporre una transizione all’elettrico senza aver considerato minimamente gli effetti macro economici e strutturali sta causando una crisi dell’auto europea che non ha eguali. Si sta sgretolando un intero comparto. Pensi che le auto europee sono sempre state sinonimo di qualità, le nostre vetture venivano copiate da oriente: da anni i car maker di Giappone, Corea e Cina sono cresciuti esponenzialmente in qualità e volume grazie a un favorevole contesto economico. Con l’elettrico siamo noi europei che stiamo faticosamente inseguendo loro. Non parlerei quindi di effervescenza».

Come tutelare il genio italico in un contesto internazionale in grande fermento?
«Noi Italiani in molti settori abbiamo una capacità che ci invidiano in tutto il mondo. Il made in Italy non è solo un marchio ma un modello di pensare, progettare, vivere. Siamo stati maestri in questo. Ma il difetto che abbiamo è che siamo individualisti per natura e cultura. In sintesi, siamo stati bravi nel vendere il saper fare italiano ma non altrettanto nel tutelarlo. E qui la colpa va ricercata anche e soprattutto nella politica e nel non essere stati bravi nel fare squadra».

Gli Atenei italiani sono pronti a dare i giusti stimoli? L’industria è pronta ad arginare la “fuga di cervelli”?
«Qui interviene il mercato. La domanda è più forte all’estero. Un giovane preparato che ha studiato nelle nostre eccellenti scuole e Università ha più possibilità dove le aziende offrono impieghi meglio remunerati e con più prospettive di crescita e carriera. È sempre un fattore di opportunità e di mercato. La conseguenza è che anche nella scelta dell’Ateneo, se si hanno le possibilità, si preferisca uscire dall’Italia».

Il Cuneese è terra di grandi personaggi legati alla storia dell’automobile: dai Ceirano a Bertone, sino a Luca Cordero di Montezemolo. Vi accomuna la collana monregalese “La storia siamo noi”. Come tutelare questo patrimonio?
«Il patrimonio si tutela proteggendolo e tramandando quel metodo di lavoro e quei valori che ognuno di noi ha costruito e saputo sviluppare. Io ho la fortuna di avere un figlio designer, Fabrizio, che ha voluto continuare la mia professione e pur avendo un padre un po’ scomodo e ingombrante da 35 anni lavoriamo insieme; da 10 anni sta avendo un proprio successo con la sua Gfg Style, un centro stile avanzato automotive, e con la Giugiaro Architettura, il gruppo ha clienti in tutto il mondo e questo è un punto di orgoglio e ritengo che nel mio caso il patrimonio sia stato ben tutelato!»

Forte il suo legame con il territorio, in ultimo il ponte pedonale di Garessio che si distingue per design all’avanguardia e leggerezza visiva. Com’è nata l’idea?
«Nel 2020 è stato abbattuto lo storico ponte di metà Ottocento perché più volte nei periodi di piena del fiume Tanaro faceva da barriera, provocando esondazioni e allagamenti a buona parte della borgata “Ponte”. Così su invito dell’allora sindaco Ferruccio Fazio ho accettato di realizzare e donare alla Città un concept di un nuovo ponte a campata unica. Poi con a disposizione un budget limitato e i molti vincoli imposti dalle normative, insieme alla mia squadra della Giugiaro Architettura, abbiamo progettato questo ponte pedonale, volutamente moderno, il più “leggero” possibile con un grande arco».

A Garessio, precisamente San Giovanni al Borgo Maggiore, si può ammirare il “Battesimo di Gesù”, una tela che ha deciso di donare alla comunità. Ci sorprenderà ancora?
«È qualche anno che ho ripreso la mia passione per la pittura. Non mi ritengo un artista. Ho voluto solo abbellire (spero) una chiesa del ‘500 con delle grandi tele con il solo scopo di valorizzare e dare visibilità e lustro alla Chiesa di San Giovanni che raffigurano momenti significativi della passione di Gesù Cristo e che hanno la particolarità di rappresentare alcune scene salienti della Sacra Rappresentazione Medievale del Mortorio che ogni quattro/cinque anni gli abitanti di Garessio mettono in scena e che appunto ho voluto valorizzare, insieme ai suoi protagonisti, attraverso la pittura lasciando una testimonianza visiva. Progetti futuri ne ho sempre… anche in questo ambito!»